“Una parola altamente impegnativa

1

”: così

Gio Ponti, che per tutta la sua lunghissima

esistenza lavorativa ne fece una continua,

magnifica ossessione, definiva lo “stile”.

Era il 1941: sono passati quasi 80 anni e chi

oggi ha raggiunto quella medesima età

viene definito “ancora giovane”; eppure, dal

punto di vista della storia del design, gli

anni ‘40 sono un’altra era: quei decenni

densissimi sono volati, fanno parte ormai

della storia celebrata nei manuali. Tutto

questo per notare che “impegnativa” suona

come un elegante eufemismo, dato che sul

tema è in corso da sempre un dibattito,

ora eclatante, ora sotterraneo, comunque mai

giunto a soluzione definitiva. Quella

sullo stile è, con ogni probabilità, la vexata

quaestio per eccellenza, la genitrice di

una considerevole parte delle diatribe in

cui si sono cimentati artisti, architetti,

critici, teorici, filosofi, finanche politici

nell’affrontare ciò che riguarda le arti e

l’estetica, la definizione di bellezza, della

sua percezione e di come essa influenza

l’umana quotidianità. Da Vitruvio a Gottfried

Semper, e nel Novecento, per rimanere in

Italia, dai filosofi idealisti e post idealisti

a quanti fecero loro da contraltare, come

Dino Formaggio, fino agli architetti, Ettore

Sottsass in primis, infinito è l’elenco di

quanti si sono lambiccati a definire, per dirla

con la Treccani, il “complesso dei caratteri

specifici, rispondenti a un particolare tipo

estetico, di un abito, un mobile, un oggetto

e sim.”. Dove quel “sim(ili)” prefigura

orizzonti di cosmica vertigine. Vocabolo

difficile dunque “stile”, perché incoerci-

bile e plastico, capace di attraversare

le epoche e segnarle, per poi andarsene.

La sua elasticità gli ha permesso di

forgiare, con eguale entusiasmo, le più

diverse etichette: così eccolo giovane e

frizzante aderire allo Jugendstil con quel

tono floreale e avantgarde, profumato

di Art Nouveau e di Arts&Crafts; per poi,

pochi anni dopo, asciugarsi e, sempre

all’avanguardia, trasformarsi nel geometrico,

ortogonale, ascetico De Stijl. Per poi

ancora, in ambito novecentesco, comparire

in tandem con “moderno”, una sorta

di locomotiva che ha trascinato infinità di

vagoni dalle mille fogge e destinazioni.

T

uttavia un tratto comune sembra esserci

dalla notte dei tempi a oggi: per il

vasaio greco e per Prassitele, per l’architetto

della cattedrale gotica e per lo scalpellino

nella remota pieve, per il genio rinascimen-

tale e per l’imbratta tele, per il virtuoso

barocco della sgorbia e per il falegname di

paese, creare uno stile – o anche solo

imitarlo – è stato, più o meno consciamen-

te, qualcosa di profondamente legato alla

propria identità come autore ed esecutore,

56

qualcosa che aveva a che fare con il

raccontarsi agli altri, con la costruzione

del presente a propria futura memoria.

colmare un “vuoto” di mercato nella fascia

alta del panorama automobilistico.

Emblematico è poi il caso di Alfa Romeo

3

,

da sempre marchio corsaiolo per antonoma-

sia, che riafferma la propria natura sportiva

ritornando alla Formula1: un chiaro, allettan-

te messaggio per gli estimatori del brand,

un modo per fidelizzare gli storici e insieme

cercare nuovi adepti. Tutto questo mentre

l’intero settore automobilistico si trova ad

affrontare un cambio epocale determinato

dalla progressiva diffusione della propulsio-

ne elettrica.

U

appartenenza a uno stile che, con buona pace

dei competitor orientali, non ha uguali.

“La moda passa, lo stile resta”, diceva Coco

Chanel. “La moda riflette i tempi in cui

si vive, anche se, quando i tempi sono bana-

li, preferiamo dimenticarlo”. Diversi e

altrettanto significativi i casi di brand che,

attivi in precisi settori della moda, hanno

allargato il loro campo d’azione all’abbiglia-

mento, ottenendo enormi successi

4

.

Operazioni di marketing che, nel segno di

uno stile inconfondibile, hanno saputo

entrare e vincere in nuovi settori, “esportan-

dovi” l’originaria eccellenza dei materiali

giocoforza a parlare di mercato.

sfida che vuole comunque dire ricerca:

altra voce che dà allo stile una importante

dinamicità. Fare ricerca, innovare non è

un luogo comune. È un lavoro di squadra

che fa crescere l’azienda. Le industrie

del design sono strutture produttive ad alto

contenuto tecnologico. La ricerca e

l’impiego di materiali inediti, così come

l’abilità nel conferire nuove performance

ai materiali tradizionali, sono condizioni

fondamentali per poter parlare di evoluzione

degli stili, per migliorare e rendere maggior-

mente attraenti le invarianti estetiche di

ciascuna industria. Parlare dello stile di un

prodotto significa in realtà infatti parlare

dello stile di produzione di una certa azienda,

di come essa ha saputo organizzare i

processi di realizzazione, quindi, sintetiz-

zando, ambiente, sostenibilità, riciclo.

Altri tre vocaboli difficili cui però anche il

pubblico meno preparato è oramai

particolarmente sensibile. Oggi possiamo

sostenere che certificazioni, tracciabilità

delle materie, limitati consumi energetici

per la produzione, basso impatto ambien-

tale, cura della salute dei dipendenti, siano

tutti elementi che influiscono sulla defini-

zione dello stile di un’impresa e di conse-

guenza sul consenso per i suoi prodotti.

La “stile della produzione” determina infatti

un nuovo rapporto tra azienda e cliente.

Non si tratta più unicamente di un rappor-

to commerciale, smart o friendly che dir

si voglia, ma di stima e affetto reali. Se il

cliente è informato sull’attenzione dell’azien-

da per l’ambiente e per i suoi dipendenti,

è naturalmente portato a concederle la propria

fiducia. Lo “stile di produzione” è dunque

un altro importante messaggio che il

significante prodotto veicola: si acquista

perché si condividono determinati valori

etici. Estremizzando, il cliente diventa,

in certo senso, un nuovo membro della

“famiglia azienda”.

una condizione economico-sociale,

o di style symbol, a prova di una particolare

condizione culturale ed esistenziale”.

1.

gnativa, ‘Stile’, si inizia una indicazione di opere

d’architettura e d’arredamento, e anche di disegni,

e di opere di pittura e di scultura”. Così Gio Ponti,

nel gennaio 1941, presentava il primo numero di

“Lo Stile nella casa e nell’arredamento”, il mensile

“di idee, di vita, d’avvenire, e soprattutto d’arte” da

lui creato e diretto fino al 1947.

2. È stato il filosofo tedesco Walter Benjamin a

riflettere sull’aura, intesa come unicità dell’opera

d’arte, e sulla sua scomparsa dovuta alla diffusione

della riproduzione meccanica che dell’opera stessa

si può avere grazie alla fotografia. Nel suo celebre

saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproduci-

bilità tecnica”, Nuovo Politecnico, Einaudi 1966.

3. È stata annunciata a dicembre direttamente da

Sergio Marchionne la partnership tra Alfa Romeo e il

team elvetico di Formula Uno Sauber che di fatto

sancisce il ritorno del marchio automobilistico alle

competizioni dopo oltre 30 anni.

4. Esempi illuminanti, provenienti tutti dalla alta

pelletteria: Louis Vuitton, Prada, Fendi, Trussardi.

5. Confucio (551 a.C.–479 a.C.), non esistono testi

da lui direttamente scritti. Le sue celebri frasi e gli

aforismi sono stati organizzati in un testo – I Dialoghi

– dagli allievi che li avevano raccolti oralmente dal

maestro.

6. Moda. Entriamo in un campo di discussione

davvero ampio: se di design accettiamo la traduzione

letterale, cioè “progetto”, allora dobbiamo accet-

tare che tutto il sistema di oggetti e simboli in cui

viviamo sia “design”, perché, senza dubbio alcuno,

ogni cosa è stata pensata (progettata) per assolvere

a determinati compiti. Ma il design è solo questo? E

la moda ci basta definirla come tendenza dominan-

te e passeggera che influenza il modo di vita e le

abitudini di un certo periodo storico? Parafrasando

Dino Formaggio che diceva “Arte è tutto ciò che gli

uomini chiamano arte”, viene da chiedersi se “Moda”

non sia tutto ciò che gli uomini chiamano moda; non

volendo così risolvere la questione con una battuta,

ma semplicemente sottolineare che la moda, come

l’arte e in fondo il design, è strettamente correlata ai

periodi storici in cui nasce, si sviluppa, decade per

poi tornare diversa e uguale.

L

benché in ogni epoca ne possano convive-

re diversi. La ricerca di uno stile rappre-

senta infatti la proposta di una interpretazione

per un dato periodo storico, la migliore

si spera, ma non è sempre così automatico.

E inoltre lo stile deve anche “andare oltre

il momento” sia per eccellere hic et nunc

che per sopravvivere cioè durare: una

questione fondamentale.

P

C

on quale stile dunque decideremo di

o stile è quindi legato ai molti aspetti

dello scorrere del tempo, ne è espressione,

comunicare un nuovo prodotto? Se

lo stile ha a che fare con la narrazione della

identità aziendale e di prodotto, oggi è

fondamentale sapere scegliere come, in

quale/i modo/i operare: determinare cioè

quale sarà lo stile più adatto a veicolare

efficacemente quella specifica identità.

La nascita e il diffondersi a livello planeta-

rio della grande rete-ragnatela dei nuovi

media impone alle aziende una diversa

riflessione sulla comunicazione del proprio

stile. Si tratta di una nuova sfida in quanto

la struttura stessa del web, il suo essere un

parente spurio della televisione, della radio

e della parola scritta costringe a inventare

nuove forme/format nei quali spesso adottare

un nuovo stile non è semplice. Certo, la

rete è veloce, superficiale: è da guardare.

La parola sopravvive, ma l’immagine è

predominante.

arlando di produzione, lo stile ne è il

impegnando già da tempo i grandi

marchi dell’auto a ridefinire i codici

stilistici sia del disegno delle carrozze-

rie, sia del complesso sistema di simbolo-

gie e di linguaggi che regolano i processi

di comunicazione. Ma non solo. La probabile

applicazione su larga scala della guida

assistita, oggi in fase di sperimentazione

avanzata, (così come, lo si accenna soltanto,

al concetto di smart city, totalmente

interconnessa) avrà diverse conseguenze

sulla natura stessa del veicolo, così come

lo abbiamo finora conosciuto: dalla riduzio-

ne inevitabile delle velocità e dunque della

componente sportiva dei veicoli, alla forma

e funzione stessa degli abitacoli, sempre

meno auto stricto sensu e sempre più estensio-

ne del salotto e dell’ufficio. Considerata

R

La quarta rivoluzione industriale è prossi-

ma: le forme della produzione sono in

continua evoluzione, così come, di conse-

guenza, i rapporti commerciali. I grandi

nomi citati ci ricordano che il capitalismo

si manifesta con nuove dinamiche, nuove

forme di aggregazione e che, per qualsiasi

azienda, il saper essere originali, oggi più

che mai, ha a che fare con l’identità e la

narrazione di sé e dei propri prodotti.

Storie che spesso riguardano personaggi in

cui si identificano le aziende stesse, i

cosiddetti testimonial, o altri che ne animano

le tappe di crescita fondamentali, interpreti

coerenti di uno stile. Le case produttrici,

nel panorama odierno estremamente

complicato e segnato da una forte compe-

titività, hanno l’esigenza sia di mantenere

la propria clientela, conquistata e fideliz-

zata grazie a uno stile ben preciso, sia di

acquisire nuove quote di mercato (l’export

e il contract sono parti fondamentali dei

loro fatturati) senza tuttavia stravolgere né

la loro immagine né lo stile che hanno

scelto. L’immobilità, per contro, è letale:

“Non importa se vai avanti piano, l’impor-

tante è che non ti fermi”, sentenziava

Confucio

5

. La lentezza viceversa è certamen-

te un lusso, ma è indispensabile per

elaborare compiutamente uno stile che non

rappresenti un exploit del momento, ma

un ponderato passo evolutivo. Esigenza

oltremodo sollecitata da un target cultural-

mente sfuggente, quello riconducibile ai

cosiddetti nuovi mercati, rispetto al quale

occorre definire linguaggi e forme di

comunicazione differenti. Se il sistema

moda, con i suoi ritmi rapidissimi, sembra

non fare in tempo ad avere paura, per altri

ambiti la questione è differente: la produzio-

ne di un nuovo prodotto richiede tempo

e sperimentazione, ovvero grossi investi-

menti. Questa la ragione per cui l’evoluzione

di uno stile si presenta con tempi lenti,

mentre risulta più evidente la battaglia

giocata sul dettaglio, sui materiali. Una

DNA, quel particolare genoma i cui

cromosomi si sono formati e sviluppati sia

grazie a processi condivisi con altre

aziende, sia sperimentando percorsi autono-

mi e originali. È un patrimonio genetico

che, come qualsiasi altro, deve comunque

continuare a progredire nel tempo, pena

l’estinzione. C’è un che di darwiniano in

questo dialogo tra originalità ed evoluzio-

ne: due vocaboli anch’essi “impegnativi”

che in forma di attributo – originale ed

evoluto – conferiscono a ogni stile la sua

“magia” o, se vogliamo, scomodando con

i doverosi distinguo Walter Benjamin,

l’aura

2

. Cambiare senza mutare: non è

“gattopardismo”, ma per l’industria è

avere costantemente coscienza di sé e dei

proprio obiettivi, sapere essere nel tempo,

avere una visione precisa, duplice e contem-

poranea: lo sguardo nel domani, i piedi

nella propria storia. Formula semplice a

parole, ma che nei fatti richiede quotidiana

attenzione. L’affermazione – orgogliosa

– delle proprie radici e di una lucida

visione dell’oggi subito domani, cioè di

uno stile “attivo” (che impronta di sé il

tempo, ne è padrone, non lo subisce) è la

base su cui si fondano i brand più rilevanti

P

er “comunicare lo stile” ci vuole

– non importa se grandi o piccoli. E questo

in ogni campo. Basta guardare per esempio

ai diversi ed emblematici casi del mondo

delle quattro ruote; se unico rimane quello

della Porsche che dal 1931 produce in sostan-

za la stessa auto, limandone la linea

e aggiornandola di continuo nella parte

nascosta (tecnico-meccanica), da meditare

è quello di Audi che, da storica produttrice

nota per le sue vetture affidabili quanto

esteticamente “anonime”, ha saputo evolve-

re sia tecnicamente a livelli di assoluta

eccellenza (vedi l’identificazione con

l’innovazione delle 4 ruote motrici) sia

esteticamente, ridefinendo i suoi “limiti”

estetici per tradurli in una raffinata

affermazione di understatement; operazio-

ne questa che le ha permesso in modo

lungimirante di cogliere e soprattutto di

la velocità dell’evoluzione tecnologica

appare fin da ora fondamentale per le

grandi case definire le necessarie strategie:

come reinventarsi, con quale stile conti-

nuare a essere leader.

Analoghi gli esempi nella moda, con un

panorama di casi e storie estremamente

vario. Se i grandi fondatori dei mitici

marchi degli anni cinquanta non ci sono

più, e se la loro visione non sembra

rintracciabile nelle collezioni dei nuovi

designer delle griffe, essa rimane comun-

que fortissima come memoria, aura e

dunque come segnale di riferimento per

il pubblico. Anche qui le sofisticate

dinamiche necessarie a preservare lo stile

sono sollecitate dall’innovazione tecnolo-

gica, in questo ambito rappresentata dalla

diffusione del digitale. Lo shop-online sta

infatti trasformando il sistema di distribu-

zione rendendo gli showroom un luogo

funzionale alla necessaria valorizzazione

del brand, dove vivere “l’esperienza”

dello stile, mentre il processo fisico della

vendita avviene attraverso più comode

modalità. Caso straordinario infine quello

di Steve Jobs, per molti “il” visionario

in assoluto, il quale, definendo i canoni di

bellezza dell’elettronica di consumo, l’ha

resa un must have mondiale. La i minuscola

– iPad, iMac, iPhone – è un segno di

E

internazionale. Il suo orologio bio-econo-

mico è tachicardico, batte al ritmo della

moda

6

che, dice Deyan Sudjic, direttore

del Design Museum di Londra “è la forma

più sviluppata di obsolescenza programma-

ta”. Dunque il suddetto pubblico, una volta

catturatane l’attenzione, non è detto che,

altrettanto rapidamente, non possa stancar-

si. Perché, come precisa Alberto Bassi,

saggista e docente allo IUA V di V enezia,

“alle principali ragioni che sono state per

lungo tempo alla base delle nostre scelte,

e cioè da una parte l’efficacia funzionale,

tecnica e di rendimento, dall’altra la

qualità estetica e realizzatavi dei prodotti,

si è affiancata l’esigenza di dimostrare

l’acquisizione di status symbol attestanti

insomma un “nuovo stile di comunica-

zione”, o meglio, l’esistente va aggiornato,

integrato, adattato al mondo nuovo.

Perché lo stile nella sua essenza è sempre

lì, insieme di fattori fisici e immateriali,

forma e visione, la pelle di un oggetto e l’aura

che lo circonda e che spesso lo rende

desiderabile. Oggi non basta più descrive-

re un oggetto, farlo vedere in ogni partico-

lare. Ciò che tutti desiderano, si è detto,

è vivere un’esperienza, meglio se unica.

Il mondo bidimensionale e immobile della

foto, anche di quella “d’autore”, è diventa-

to piccolo e il prodotto di design per farsi

conoscere, esperire, deve trovare altri luoghi,

altri mondi, o quantomeno immagini di

mondi, in cui posizionarsi.

La strada dell’esperienza culturale è una

auspicabile scelta di stile nella comunica-

zione, da prefigurare come un investimento

a medio/lungo termine. Per avere risultati

significativi esiste tuttavia una discrimi-

nante a monte ovvero che tale esperienza

affondi nel DNA stilistico dell’azienda,

in un patrimonio preesistente di esperienze

e visioni autentiche. Condizione fonda-

mentale perché le attività di promozione

culturale possano poi rivelarsi spunto di

riflessione e motivo di stimolo. Solo il tempo

aiuterà a riconoscerne gli effetti concreti.

Stile

Stories and Matters

2018

L’evoluzione dello stile:

la ricerca, il progetto,

l’esperienza culturale.

A cura di Rimadesio

na questione tecnologica che sta

e delle lavorazioni.

iflettendo su stile e produzione si finisce

ntità misteriosa il pubblico: pluristrati-

ficato, difficile, volubile, distratto,

“Sotto l’egida d’una parola altamente impe-

57