L’architettura, oltre i formalismi,

verso la condivisione.

A cura di Rimadesio

C

onoscenza, etica, bene comune,

qualità e responsabilità: sono i termini

che riassumono le argomentazioni fon-

damentali del trattato De Architectura

1

,

scritto da Marco Vitruvio Pollione, ma

mai come oggi capaci di descrivere lo stato

dell’architettura e, in particolare, il ruolo

dell’architetto. Se infatti non vi è alcun

dubbio in merito all’influenza dell’architet-

tura e del design sull’esistenza dell’uomo,

appare allo stesso tempo evidente come

il progetto debba collocarsi maggiormente

al centro della vita quotidiana, delle sue

dinamiche, dei suoi ritmi e in generale delle

consuetudini abitative.

La centralità del progetto rappresenta infatti

una vera e propria necessità, non ulterior-

mente procrastinabile visti i parametri di

crescita demografica dei prossimi anni,

stimati, con ragionevole certezza, dal rap-

porto annuale redatto dalle Nazioni Unite:

sul pianeta Terra saremo 8 miliardi nel 2023;

8,6 miliardi nel 2030; 9,8 miliardi nel

2050 e 11 miliardi nel 2100.

A questi dati occorre poi aggiungere una

constatazione ovvero più della metà di

tale aumento della popolazione sarà concen-

trato in nove paesi soltanto: India, Nige-

ria, Repubblica Democratica del Congo,

Pakistan, Etiopia, Tanzania, Stati Uniti,

Uganda e Indonesia. L’India, che oggi conta

1 miliardo e 300 milioni di abitanti, pari

al 18% della popolazione mondiale, diven-

terà il paese più popoloso, superando la

Cina (1 miliardo e 400 milioni), mentre

le nazioni europee saranno le uniche al

mondo in cui il numero di abitanti si ridur-

rà tra il 2017 e il 2030, passando da 742

milioni a 739 milioni.

Al di là delle cifre, è fin troppo scontato

affermare che ci sarà bisogno di proget-

tare o riprogettare città, strade, quartieri,

case e sistemi di arredo. Ma, in realtà,

bisognerà fare molto di più: occorrerà im-

maginare modelli abitativi alternativi o

complementari a quelli esistenti, ridefinire

dinamiche legate alla vita, al lavoro e

allo svago degli abitanti di metropoli sempre

più affollate, ridisegnare i flussi di persone

e cose in uno spazio sempre più ristretto,

regolare l’integrazione tra un costruito

in costante evoluzione e l’ambiente natu-

rale sempre più assediato dalla presenza

dell’uomo, infine, se possibile, ricucire lo

strappo che si è creato tra uomo e natura.

L’architettura oggi è tutto questo: un mix

di complessità e sintesi, un connubio

tra linguaggio e tecnica, tra essere e fare,

tra forma e funzione. Ma forse è sempre

stato così. Tra le più riuscite definizioni

di architettura ricordiamo infatti quella

di uno dei padri fondatori del Movimento

Moderno, diceva Adolf Loos nel celebre

Ornamento è delitto

2

, scritto nel 1908:

50

“Se in un bosco troviamo un tumulo, lungo

sei piedi e largo tre, disposto... a forma

di piramide, ci facciamo seri e qualcosa

dice dentro di noi: qui è sepolto un uomo.

Questa è architettura”.

In questa frase è riassunto il senso stesso

della nozione di architettura: si parte da

un luogo ben specifico, in questo caso il

bosco, un luogo che ha in sé caratteri-

stiche uniche e irripetibili, un ambiente

capace di provocare nell’uomo, che lo vive

e lo percorre, emozioni e pensieri diversi

da quelli che potrebbe suscitare qualsiasi

altro luogo. Poi, tutt’a un tratto, compare

l’artificio, il costruito, un tumulo in que-

sto caso, qualcosa che va a interrompere

l’equilibrio della natura per innescare

un nuovo sistema di relazioni. La presenza

dell’opera genera una reazione, provoca

uno stato d’animo in chi l’osserva: “ci si fa

seri”! L’architettura quindi può, anzi

deve, generare un’emozione, la predisposi-

zione a essere partecipi di un’esperienza.

Ma non solo. Nella definizione di Loos è

esplicita anche l’esperienza del costruire,

ovvero la necessità per l’uomo di avvalersi

di strumenti e tecniche per dare forma

all’architettura, in questo caso una piramide.

Un volume con geometrie, regole e di-

mensioni ben precise, puntualmente riferi-

te al corpo umano (6 piedi × 3 piedi),

da sempre metro di confronto per lo spazio

(lo riaffermerà con forza Le Corbusier,

circa 50 anni più tardi, proponendo il

Modulor). La regola quindi si traduce

in riconoscibilità: chiunque si trovasse di

fronte alla piramide nel bosco compren-

derebbe immediatamente, senza bisogno

di essere un architetto, che si tratta di una

tomba. La definizione di Loos riassume

dunque al meglio i temi che ruotano attor-

no all’architettura, ma soprattutto mette in

evidenza il complesso mondo di relazioni

che si instaura tra chi costruisce, chi guar-

da e chi vive l’architettura.

Pur rimanendo intatto il potere iconico

dell’architettura, oggi, trascorsi più di 100

anni dalla Vienna loosiana, dobbiamo con-

statare che le dinamiche e i processi legati

al progetto si sono profondamente modifi-

cati, in particolare perchè non coinvolgono

più soltanto architetti e interior designer,

ma, in maniera sempre crescente, anche

i committenti e i realizzatori. Nella vita

“fluida” del nuovo millennio, i ruoli spesso

si confondono, le competenze, pur restando

specifiche, si integrano, gli obiettivi vengo-

no condivisi, i processi si trasformano, le

tecnologie evolvono rapidamente.

Ecco allora che, a scala territoriale, i progetti

più riusciti degli ultimi anni sono quelli

che hanno saputo interpretare l’identità

di una città o di un agglomerato urbano,

rafforzandola grazie a interventi in grado

di esprimere modernità senza per questo

prevaricare sullo spirito del luogo: quar-

tieri ed edifici capaci di integrarsi nel

tessuto, esprimendo la contemporaneità

senza per questo cancellare il passato.

L

della progettazione nel cambiamento della

città non è dunque più appannaggio dei

soli tecnici, architetti, urbanisti, designer,

ma viene realmente condiviso con le

comunità locali che, sempre più spesso, si

pongono come protagoniste dei processi

decisionali.

Altri esempi evidenti di questo movimento

di consapevolezza possono essere trovati

nelle nuove forme di social housing o di

co-housing, negli incubatori di start up

così come negli spazi di co-working, per

arrivare alla micro-scala del bike sharing.

In parallelo, la riduzione dello spazio dispo-

nibile nelle metropoli, già attualmente

ma a maggior ragione in futuro – l’Ocse

prevede che nel 2030, due terzi dell’uma-

nità sarà insediata in centri urbani

4

–, ha

favorito la concentrazione degli edifici

e il loro sviluppo verticale. Il progetto

architettonico si è così trasformato, nei

casi più virtuosi, in un’occasione di speri-

mentazione tecnologica, di ridefinizione

tipologica e di riorganizzazione del tessu-

to. Senza contare che i nuovi grattacieli,

che stanno trasformando il volto delle città,

vengono oggi disegnati fin nel più piccolo

dettaglio, quasi come oggetti preziosi.

Gli architetti approfittano infatti del posi-

zionamento isolato di questi grandi ogget-

ti per trasformarli in icone, riconoscibili,

sia fisicamente che metaforicamente, “da

lontano”. Si può rilevare come un mecca-

nismo in certo modo analogo si verifichi

anche all’interno delle case, con gli arredi

più importanti, destinati al living o alla

cucina, ormai concepiti come micro-ar-

chitetture auto-espressive, capaci quindi

di parlare attraverso rapporti di pieni e di

vuoti, giochi di luci e di ombre. Dimenti-

cando la banale mono-matericità, il design

si arricchisce di accostamenti tra finiture,

materiali e colori differenti. Perché davve-

ro le logiche del progetto e l’immaginario

formale sono oggi analoghi, sia che si trat-

ti di architettura che di interior.

In un caso e nell’altro, naturalmente sem-

pre facendo riferimento alle situazione di

ricerca più felici, varranno gli equilibri

proporzionali e dimensionali tra i volumi,

il rapporto degli artefatti con la luce na-

turale o artificiale, le valenze cromatiche

e la valutazione della resa dei materiali su

diversi supporti: in una parola il coinvol-

gimento di tutti i sensi nella fruizione di

uno spazio o nell’utilizzo di un oggetto.

Come dicevamo architettura e, scendendo

di scala, interior design si fondono e le

divisioni formali e concettuali fra interno

ed esterno si annullano.

Conseguentemente viene by-passata

quella scissione di ruoli che aveva portato,

in un recente passato, l’architetto artefice

dell’edificio a disinteressarsi degli interni

e delle finiture. Al contrario si ripropone

oggi, citando gli inizi del Modernismo,

un pensiero organicamente unitario capace

di guidare le scelte e di definire sia gli

aspetti funzionali che quelli estetici fin dalle

prime fasi del concept.

Lo spirito del passato lascia spazio a

strutture aperte nelle quali “il dentro e il

fuori” si compenetrano senza soluzione

di continuità, in un’osmosi favorita da scelte

di superfici e materiali sempre più per-

formanti anche in ambito outdoor. Ecco

allora che è facile ipotizzare, anzi è già

possibile verificare, una città in cui non

esisteranno più le strade e gli edifici che

vi si affacciano, ma piuttosto la compene-

trazione di entità, con spazi privati che

integrano funzioni pubbliche e ambienti

pubblici che ospitano al proprio interno

attività private diversificate.

A

no nelle fasi iniziali del progetto.

Per quanto sia chiaro che tali strumenti

non potranno sostituirsi all’ideazione,

al pensiero, in una parola alla creatività,

tuttavia è necessario, sia pur soltanto

per poterli sfruttare al meglio, conoscerli.

Si pone quindi, anche per l’architettura,

la questione essenziale del sapere e, conse-

guentemente, dei livelli di formazione,

del ruolo delle università, ovvero della ca-

pacità della scuola di formare i progettisti

di domani. Nel tempo i corsi di laurea in

architettura e design si sono frammentati

in declinazioni e specializzazioni sempre

maggiori. Ne è un esempio la crescente

attenzione al tema della sostenibilità e del

progettare consapevole e la proliferazione

di corsi di studio che approfondiscono le

tematiche dell’efficienza energetica, della

conoscenza e del rispetto del territorio, della

consapevolezza delle conseguenze sull’am-

biente di ogni azione compiuta dall’uomo.

6

Nelle migliori facoltà di architettura ,

sempre più spazio viene dato all’aspetto

green della progettazione, come con-

fermano alcune recenti statistiche sugli

atenei: dai piani didattici dell’University

of Hong Kong a quelli dell’University of

Carolina, dai corsi di Architettura Sosteni-

bile della Norwegian University of Science

and Technology, al corso di Architettura

Ambientale del Politecnico di Milano alle

proposte delle numerose università anglo-

sassoni come The University of Sheffield o

The Sydney School of Architecture, Design

and Planning.

M

sovente dedicati all’interior design, attra-

verso il trasferimento di un metodo, nato

in ambito architetturale, nel progetto

degli interni e del prodotto. Tuttavia, anche

nella condizione attuale di un “sistema

architettura” globalizzato che ha trasforma-

to gli studi in entità evolute (sono oltre

50 le società di progettazione al mondo con

più di 200 professionisti, 20 quelle con

più di 500 persone, 5 superano ampiamente

i 1000 dipendenti

7

), contraddistinte dalla

presenza di competenze differenti, si assiste

a un fenomeno non prevedibile fino a

poco tempo fa ovvero la collaborazione di

progettisti dislocati in continenti diversi,

che dialogano in tempo reale su piattaforme

progettuali comuni. Le esperienze e le

professionalità più diverse si integrano

dunque oggi nel progetto d’architettura,

ma non è ancora sufficiente infatti tale pro-

getto sarà chiamato a confrontarsi sempre

più spesso anche con altre espressioni del-

la creatività: dalle arti figurative alla mu-

sica, dalle scienze sociali alla psicologia.

Ecco allora che, proprio nell’epoca della

specializzazione assoluta e della iper-seg-

mentazione delle conoscenze, vogliamo

credere che all’architetto rimarrà l’arduo

quanto stimolante compito di guardare

oltre. Ci auguriamo, per concludere, che

il progettista possa, in un futuro ormai

prossimo, esprimere non solo la capacità di

dare la forma corretta, per citare la celebre

sentenza rogersiana, tanto al cucchiaio quanto

alla città, ma anche guidare e alimentare

trasformazioni e processi di sviluppo capaci

di influenzare positivamente la vita

dell’uomo sul pianeta.

1. De architectura (Sull’architettura) è un trattato

in lingua latina scritto da Marco Vitruvio Pollione

intorno al 15 a.C. È l’unico testo sull’architettura

giunto integro dall’antichità e divenne il fondamento

teorico dell dell’architettura occidentale, dal Rina-

scimento fino alla fine del XIX secolo.

2. Ornamento e delitto (titolo originale Ornament

und Verbrechen) è un breve saggio scritto da Adolf

Loos nel 1908. Fu ripubblicato in tedesco in una

raccolta del 1962, poi tradotta in italiano nel 1972 da

Adelphi con il titolo Parole nel vuoto.

3. Nato dal sostantivo anglosassone contract, che

significa letteralmente “contratto-appalto-accordo”,

il contract è divenuto in breve tempo uno dei settori

trainanti del furniture design. Con il termine contract

si intende, in questo contesto, una fornitura completa

“chiavi in mano”di un insieme di prodotti esistenti

e/o progettati ad hoc in particolare destinati al settore

alberghiero.

4. L’Osservatorio di Oxford Economics prevede

inoltre una crescita da qui al 2025 del mercato mon-

diale delle costruzioni, intorno al 70%.

5. Il termine open space (letteralmente “spazio

aperto”) indicava originariamente una configurazione

di spazi di lavoro non frammentati in piccoli ambienti,

ma unitari. Questo schema,ampiamente condiviso

a partire dalla metà degli anni ‘50, è stato da tempo

messo in discussione. Parallelamente però il termine

ha trovato un nuovo impiego nell’interior design ad

indicare una planimetria in cui le tradizionali suddivi-

sioni funzionali non fossero rispettate.

6. Secondo i risultati dell’ultimo QS (Quacquarelli

Symonds) World University Rankings, 2017, nella top

ten delle migliori università al mondo: Massachusetts

Institute of Technology (MIT); The Bartlett School of

Architecture (UCL University College London);

Delft University of Technology Netherlands; Universi-

ty of California, Berkeley (UCB); ETH Zurich (Swiss

Federal Institute of Technology), Manchester School

of Architecture; Harvard University United States;

University of Cambridge; National University of

Singapore (NUS); University of Hong Kong (HKU).

7. Società di progettazione al mondo con più

di 1000 dipendenti: Aecom USA, 1.370 architetti;

Gensler USA, 1.346; IBI Group Canada, 1.129;

Nikken Sekkei Japan, 1.109; Aedas, China/UK, 1.078.

Architettura

Stories and Matters

2018

e grandi aree ex industriali delle città,

europee ma non solo, hanno rappre-

sentato e rappresentano in questo senso

un potenziale straordinario. A Londra

come a Milano, a Parigi come a Berlino,

numerosi sono stati i progetti che hanno

saputo colmare una lacuna, ricucire una

ferita, esprimere un’energia propositiva,

trasformando problemi in opportunità:

dal londinese Battersea Park al milanese

Porta Nuova, dall’Hafen City sull’area

portuale di Amburgo ai progetti che stanno

interessando i quartieri periferici parigini.

Operazioni caratterizzate tutte dalla mas-

sima attenzione all’utilizzo delle risorse.

Grandi aree dismesse che tornano a essere

strategiche nella trasformazione della

città, proponendo spazi condivisi e nuovi

luoghi di socialità, nei quali coesistono

la dimensione pubblica e quella privata.

segnare una significativa, possibile

L

si pongono infatti come volano di attrazio-

ne e sviluppo. Ma, un occhio progettuale

caratterizzato da una visione comunita-

ria, non si riferisce unicamente ai luoghi

urbani, analoga attenzione può essere

rilevata negli ambienti lounge degli hotel,

intesi non più come spazi di passaggio

verso l’individualità della propria camera,

ma come luoghi di relazione, incontro e

business, insomma di vita

3

. Analogamente

si potrebbe leggere anche il fenomeno

che porta ad abitare gli “esterni” degli edifici

come naturale ampliamento degli “interni”,

piuttosto che come “altro da sé”.

Un meccanismo di sviluppo paragonabile

è in corso persino per quanto concerne

le infrastrutture. In un mondo in perenne

movimento, sempre più spesso aeroporti,

stazioni, ma anche ponti e strade, diventa-

no occasioni per ridefinire un territorio,

riannodare un tessuto, riqualificare un brano

di città o restituire linfa vitale a una peri-

feria. La riuscitissima High Line di New

York ha fatto scuola e sono numerosi

oggi i progetti che mirano al recupero e alla

riqualificazione di ferrovie dismesse, di

strade sopraelevate o di altre infrastrutture

mediante l’inserimento di nuove funzioni,

l’integrazione del verde e di piste ciclabili

(in questi modelli Milano deve trovare

un esempio, chiaro e fattivo, per i progetti

di recupero degli ex-scali ferroviari, aree

che rappresentano, senza dubbio alcuno,

una grande possibilità per lo sviluppo

futuro della metropoli lombarda). Il ruolo

variazione nella visione della proget-

tazione di interni, smaltita la sbornia degli

open space

5

e dei loft, le tendenze più attuali

cercano di recuperare un giusto equilibrio

tra sfera pubblica e privata, tra condivisione

e privacy, tra omologazione e personalizza-

zione degli spazi. E questo avviene, al di là

della forma e dello stile, soprattutto grazie

al lavoro sulla materia, segnato parallelamen-

te dalla riscoperta di materiali del passato

e dalla sperimentazione di nuove futuribili

superfici ad alta prestazione, caratteriz-

zate da texture sofisticate, accostamenti e

rapporti cromatici inediti.

Il mondo del progetto, a qualsiasi scala,

vive dunque oggi un momento di ridefini-

zione delle regole, una fase di passaggio

dal formalismo a una maggiore coerenza

e consapevolezza della necessità di andare

oltre le mode e le tendenze. Architetti e in-

terior designer non possono più prescin-

dere da una conoscenza trasversale, e allo

stesso tempo approfondita, dei materiali,

delle tecnologie e dei sistemi più innovativi

disponibili sul mercato, così come dalla

capacità di sviluppare strategie economiche,

di gestire tempistiche, di formulare ipotesi

di riutilizzo e trasformazione. Anche in

questa accezione il ruolo dell’architetto,

o del progettista più in generale, è profon-

damente cambiato.

Sebbene l’architetto abbia sempre saputo,

seppur con le doverose distinzioni per

ogni epoca, mixare al meglio competenze

tecniche e talento artistico, bisogna rilevare

come oggi esistano, e si stiano diffondendo,

metodologie progettuali innovative e nuo-

ve forme di rappresentazione che possono

sostituire, o meglio affiancare, alcune

mansioni dell’architetto: facciamo riferi-

mento, ad esempio, al design parametrico o

la progettazione generativa che intervengo-

e ex-zone industriali, arricchite da

piazze coperte intese come nuove agorà,

a la conoscenza non si crea solo

a scuola: il progetto architettoni-

co, o quello di un prodotto industriale,

coinvolgono oggi moltissimi referenti.

È perciò necessario che si inneschi un

rapporto virtuoso tra il progettista e una

struttura tecnica dotata di una specializ-

zazione così sofisticata da essere necessa-

riamente interna alle aziende produttrici

di materiali, soluzioni o prodotti finiti.

Parallelamente questa complessità del

processo progettuale ha spinto alcuni studi

di architettura a dotarsi di competenze

interne specifiche su tecnologie di

progettazione innovative, modellazione,

materiali, tecnologie sostenibili, senza

per altro scardinare l’idea che il sapere

possa risiedere anche altrove, ad esempio

nelle botteghe artigiane, presso i trasfor-

matori di materiali, con i quali lo studio

deve tenere aperto un dialogo costante

e costruttivo. Da Aecom a Gensler da

Nikken Sekkei a Hok o ancora da OMA

di Rem Koolhas a Foster + Partners,

da Zaha Hadid Architects a Renzo Piano

Building Workshop, i grandi studi hanno

saputo dare vita a team di lavoro paralleli,

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